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Chissà quanti, come noi del resto, nell’immediatezza di quella sensazione raggelante hanno subito pensato alle tragiche esperienze vissute nel Belice, nell’Irpinia, nel Friuli e più recentemente nel centro Italia, per non parlare di catastrofi ancora più sconvolgenti dell’est asiatico, non ultimo lo Tsunami del 2004. In realtà (ma questo lo si è saputo all’alba direttamente dal Televideo o dai primi telegiornali) quello che si avvertito tra Cariati e Cirò sono stati gli effetti di un movimento tellurico, con epicentro nel mare antistante Torretta, a soli 10 chilometri dalla costa, e di magnitudo 4,3 della Scala Richter. In termini scientifici questo tipo di scossa corrisponde a quella sviluppata dall’atomica di Hiroshima (ovviamente riferita all’epicentro) ed equivale al V°-VI° grado della Scala Mercalli che così descrive gli effetti (dal sito www.astrogeo.va.it/sismi/mercalli): “Scossa forte, percepita praticamente da tutti. Di notte molte persone vengono svegliate. Oggetti instabili rovesciati. Rovesciamento di liquidi in recipienti. Oscillazioni di porte che si aprono e si chiudono. Movimento di imposte e quadri. Arresto, messa in moto, cambiamento del passo di orologi a pendolo. A volte scuotimento di alberi e crepe nei rivestimenti.”
Ed ora in molti continuano a chiedersi se sia stato semplicemente un caso di collisione tra due placche terrestri del fondo marino o l’inizio di una serie di assestamenti delle stesse. Certo è che per ritrovare casi molto gravi e catastrofici nella nostra regione bisogna addentrarsi nei secoli passati. Due su tutti: nel 1783, nella fascia tirrenica, si ebbe una serie di scosse a terra che raggiunsero l’11° grado della scala Mercalli. In quell’anno la Calabria sperimentò la più violenta e persistente sequenza di terremoti di cui si abbia memoria negli ultimi duemila anni. Il 5 febbraio iniziò una terribile sequenza con un terremoto che innescò addirittura uno tsunami che colpì duramente le coste calabresi da Messina a Torre del Faro e da Cenidio a Scilla. Messina, Reggio Calabria, Roccella Ionica, Scilla e Catona ebbero le strade allagate e l'acqua del mare si addentrò nella terraferma per quasi due chilometri. Il giorno seguente si verificò una seconda scossa tellurica e il conseguente tsunami provocò un grandissimo numero di vittime, soprattutto nella Calabria meridionale (Scilla): la particolarità di questo tsunami è che non venne innescato direttamente dalla scossa di terremoto, ma dallo scivolamento in mare di una parte del Monte Paci. Molti abitanti di Scilla, spaventati dalla terribile sequenza delle scosse, cercarono rifugio sulla spiaggia, ma qui vennero sorprese dalla terribile ondata alta fino ai tetti delle case: le vittime in seguito allo tsunami furono oltre 1.500. Il massimo runup (9 metri) venne registrato a Marina Grande (Scilla), ma in molte altre località (Peloro, Torre del Faro, Punta del Pezzo) il fronte d'acqua raggiunse la già notevole altezza di circa 6 metri. Nel 1908, il
ben più tragicamente noto sisma nello stretto di Messina, anche qui con una
potenza pari all’11° gradi Mercalli: rimane il più intenso dei terremoti in
Italia, che provocò un violentissimo tsunami, in assoluto il più grande mai
registrato nel nostro Paese e che dappertutto si manifestò con un iniziale
ritirarsi delle acque del mare seguito dopo pochi minuti da almeno tre
grandi ondate che portarono ovunque distruzione e morte. Le località più
duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico sulle coste calabresi e
Riposto, S. Alessio, Briga e Paradiso su quelle siciliane. |
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