CRUCOLI - TRA PASSATO E PRESENTE

Alcuni brani sono tratti dal libro del Prof. Leonardo Maurizio Smurra: "Crucoli: tradizioni, storia, leggende e racconti", 1973

GASTRONOMIA

INDICE

 GLI ABITANTI

GASTRONOMIA

TORRETTA E DINTORNI

LA FEDE

"In determinati periodi dell'anno, il forestiero in giro per i vicoli e le viuzze, rimarrebbe impressionato dall'esalazione di odore di pesce, se non sapesse che quello è il tempo della preparazione della "sardella" (nella foto). Tale prodotto, pur non raggiungendo i mercati, perché fatto ad uso e consumo familiare, è rinomato, conosciuto e viene ricercato per la sua squisitezza e bontà. La ricetta per approntarla sta nel sapere, per il tempo occorrente, curare in salamoia una certa quantità di quel pesciolino, detto bianco mangiare o bianchetto. A maturazione avvenuta si manipola, si mescola e s'impasta mediante farina pepe rosso piccante o meno in modo da ottenere una specie di marmellata dal colore di fuoco vivo e, con essa, definita da esperti il " caviale " di Crucoli, si possono preparare le famose " pitte ".

Oltre alla sardella, altri prodotti sono degni di essere ricordati.

La mensa dei crucolesi è sempre allietata dal locale fiasco di vino, da salumi (salsiccia, soppressate, prosciutto, ecc ... ), da latticini del luogo. Nei giorni di festa, viene sontuosamente imbandita e su essa troneggiano ciambelle, tarallucci (cuzzupe), dal sapore di anice o finocchio selvatico per i loro semi di cui si fa grande uso. Presenti sono anche dolci e dolci vari, comprese le " crocette " fatte di fichi secchi ripieni di gherigli di noci, cosparse di zucchero e cannella e cotte nel forno a temperatura lenta. Tipico è pure il " sanguinaccio " (miscuglio di sangue di maiale e di vino cotto, con noci, buccia di arancia, cioccolato e cannella), che è una principale leccornia per i bimbi che l'assaporano su fette di pane profumate, genuine perché fatte di puro grano. Il sanguinaccio, mescolato alla ricotta nostrana, costituisce uno dei migliori dolci.

Mentre, in passato, ogni famiglia si riforniva seguendo i procedimenti degli invasori Arabi, (si ricordi la paprica usata ancora) di provviste di grano, di olio, vino e conservava sotto sale ed aceto pesce, carne di maiale, selvaggina, frutti di piante erbacee delle solanacee, nei tempi attuali questi usi e consuetudini vanno man mano scomparendo per la proliferazione di negozi e mercati ed anche per la presenza del frigorifero, in ogni casa.

Le unità di misura che tutt'oggi vanno in voga nel paese e che servivano e servono per le relazioni di baratto, di scambio, di vendita, sono dei recipienti di forma cilindrica, in ferro o in legno, che portano il nome curioso di:

 

"Tuminu" (tomolo equivalente a Kg. 44 ed a 1. 33),

"mezzaluru" (metà del tomolo),

"mittu" (metà del mezzaluru),

"stuppeddru" (metà del mittu),

"terzu" (metà del stuppeddru).

 

Per i liquidi si adoperano:

 

"militro" (4 litri),

"mezzu" (2 litri),

"quartu" (1 litro).